Quale etica della guida per i veicoli senza conducente?

Ora che i costruttori di veicoli sono vicini a creare delle auto capaci di viaggiare da sole, si comincia a parlare di un’etica della guida da inserire nella programmazione delle vetture. Una ricerca del MIT di Boston dimostra che non esiste un sentire comune a riguardo. Bisognerà programmare le auto diversamente in funzione dell’area del mondo dove dovranno circolare?

Ultimamente si è attenuato il clamore mediatico intorno agli studi in corso sulle auto a guida automatica; che proseguono. Recentemente anzi, sono iniziati i primi test in Italia, a Torino. E anche il nostro Paese – finalmente! – sta entrando in questa corsa ai veicoli senza conducente.

Mano a mano che i tecnici si avvicinano all’obiettivo di ottenere veicoli programmabili per circolare autonomamente, cresce l’esigenza di capire che tipo di istruzioni mettere a punto per gestire quelle situazioni nelle quali il guidatore umano prende decisioni che hanno risvolti etici.

L’esempio classico è quello dell’auto che in una situazione di freni rotti deve scegliere se investire un gruppo di pedoni o un singolo pedone. Ma si può andare molto oltre, perché le situazioni potenzialmente di questo tipo sono frequentissime. Ad esempio, quando si superano uno o più ciclisti, ci si allarga per passare lontano da loro, aumentando così i rischi d’urto con veicoli che provengono dalla parte opposta. Per questo i guidatori umani di solito mediano tale scelta nelle situazioni di scarsa visibilità o imprevedibilità di veicoli che sopraggiungono nell’altro senso. Un domani che le auto saranno tutte automatizzate, aumenteranno i rischi di urto frontale legato a queste situazioni? O si riuscirà a istruire le auto per mediare eticamente questa scelta volta per volta?

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